Barcellona, la scena contemporanea tra materia, corpo e nuove geografie

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Dalla Barcelona Gallery Weekend 2026 a La Sagrera e L’Hospitalet: una città che prova a definire la propria identità contemporanea attraverso arte, tecnologia, e trasformazione urbana

Barcellona è una città che non ha bisogno di presentazioni.
Ha il mare, l’architettura di Gaudí, la musica, i grandi eventi, la notte, la movida e una capacità quasi naturale di trasformare lo spazio urbano in esperienza. Ma esiste una Barcellona meno immediata, che non si offre necessariamente al visitatore al primo sguardo.
È la città che sta cercando di costruire, anche attraverso l’arte contemporanea, una propria geografia culturale.

 

Una geografia che non coincide più soltanto con il centro, con il Born, il Raval o l’Eixample, ma che si sposta verso territori in trasformazione, attraversa L’Hospitalet, guarda a La Sagrera e mette in relazione gallerie, artisti, nuovi spazi e quartieri che stanno cambiando identità.

 

La Barcelona Gallery Weekend, dal 17 al 20 settembre 2026, è stata una delle occasioni per leggere questa trasformazione. Più che una successione di inaugurazioni, il percorso ha restituito l’immagine di una scena artistica articolata, nella quale pittura, scultura, performance, fotografia, luce, installazione e nuove tecnologie diventano strumenti per interrogare il presente e per capire una città in trasformazione.

 

La questione non è soltanto quali artisti siano presenti a Barcellona o quali gallerie partecipino alla Gallery Weekend.
La domanda più interessante è un’altra: che tipo di città sta costruendo Barcellona attraverso la propria scena artistica? La risposta non sembra essere un’identità unica.

 

Una città che cerca la propria scena

La scena contemporanea barcellonese appare piuttosto come un insieme di traiettorie che si incontrano senza necessariamente fondersi: artisti locali e internazionali, esperienze latinoamericane e mediterranee, ricerca sul corpo e riflessione tecnologica, memoria individuale e critica del potere.
Il risultato è una mappa in movimento.
Uno dei punti di maggiore concentrazione rimane l’area di Carrer de Trafalgar, ma il percorso conduce rapidamente oltre il centro tradizionale. L’Hospitalet de Llobregat diventa un’altra tappa significativa, mentre la trasformazione urbana di La Sagrera suggerisce quanto il rapporto fra cultura e territorio possa diventare uno degli elementi decisivi della Barcellona dei prossimi anni.
È in questo movimento fra centro e margine che la città sembra cercare una nuova definizione della propria identità culturale.

La pittura come materia e tempo

Alla Pigment Gallery, El tiempo que queda di Ignacio Iñigo concentra quattro anni di ricerca intorno alla dimensione fisica della pittura.
La superficie non è un punto di arrivo, ma un luogo nel quale materia, stratificazione e trasformazione registrano il trascorrere del tempo.
Accanto a questa ricerca, la presenza di Lorenzo Fernández introduce un rapporto completamente diverso con la rappresentazione. Il suo iperrealismo porta la pittura verso una precisione quasi straniante, creando un contrasto con la dimensione processuale del lavoro di Iñigo.
Due modi differenti di intendere la pittura che, messi uno accanto all’altro, raccontano bene la pluralità della scena barcellonese.

 

Alla Escat Gallery, Las nubes no tienen casa, personale di Federica Furbelli, curata da Jordi Pallarès, sposta invece l’attenzione su identità, appartenenza, movimento e memoria. Ho avuto modo di incontrare l’artista, varesotta di nascita e residente in Spagna da tredici anni, oggi attiva alle Baleari. Furbelli, nata a Varese nel 1988, ha costruito la propria ricerca intorno alla psicogeografia e al nomadismo, intesi come possibilità di stabilire un rapporto più profondo con il paesaggio e con i luoghi attraversati. Camminare, navigare e viaggiare lentamente diventano nella sua pratica non soltanto esperienze fisiche, ma modalità di osservazione e di conoscenza. La sua ricerca è passata attraverso pittura, disegno, scultura, oggetti e materiali trovati, con esperienze espositive e residenze a Barcellona, Madrid, Berga e in altri contesti internazionali.  
In Las nubes no tienen casa questo percorso diventa particolarmente evidente. La pittura esce dal quadro e dialoga con l’architettura della galleria attraverso legno, terra, argilla, tela grezza e oggetti trovati o trasformati. I confini fra pittura, scultura, paesaggio e installazione diventano volutamente incerti.  
La nube evocata dal titolo diventa così immagine di una condizione contemporanea: qualcosa che attraversa luoghi diversi senza appartenere definitivamente a nessuno.
Non è soltanto una riflessione sull’identità. È una riflessione sul modo in cui abitiamo il mondo.

 

Alla Bombon Gallery, Yalla Tnam, Tnam di Mounira Al Solh affronta invece il rapporto tra parola e immagine. Il linguaggio non è una semplice didascalia, ma diventa materia dell’opera, capace di produrre ambiguità, errori e cortocircuiti. Il riferimento alla dimensione infantile recupera una parola ancora libera, giocosa, non completamente vincolata alla necessità di definire il mondo.

Al-Tiba9: quando la tecnologia entra nella scena contemporanea

È però alla Al-Tiba9 Gallery che la relazione fra arte contemporanea, nuove tecnologie e sperimentazione assume una particolare evidenza.
La galleria, fondata dal curatore algerino Mohamed Benhadj, nasce da un progetto internazionale costruito sul dialogo fra il mondo arabo e quello occidentale. Dopo essere stata fondata nel 2013 in Algeria, Al-Tiba9 ha aperto nel 2023 il proprio spazio di Barcellona, nel Born, trasformandolo in un luogo di incontro fra artisti, curatori e pubblici differenti. Ma la caratteristica più interessante del progetto di Benhadj è forse la volontà di non considerare la contemporaneità come un linguaggio già definito.

 

La piattaforma Al-Tiba9 lavora infatti attraverso pittura, fotografia, video, performance, installazione, scultura, arte digitale, realtà virtuale, graphic design e altri linguaggi, con una particolare attenzione alle pratiche che cercano di interpretare una società nella quale il rapporto fra umano, artificiale e digitale è ormai parte della vita quotidiana.
Non è quindi soltanto una galleria che espone opere. È un progetto curatoriale che prova a interrogare come cambiano i linguaggi dell’arte quando cambiano gli strumenti con cui guardiamo il mondo.
Questa attenzione emerge anche nelle mostre precedenti del 2026. In Contemporary Translations, per esempio, Al-Tiba9 ha messo in relazione processi digitali, tessile e immagine contemporanea, includendo una ricerca sull’intelligenza artificiale nella quale l’autorialità umana viene posta esplicitamente in rapporto con la produzione algoritmica.
Durante la Gallery Weekend, questa ricerca si traduce in Dance Calligraphy di Pavel Korbička. Qui la tecnologia non è un elemento decorativo, ma il mezzo attraverso il quale l’artista cerca di catturare qualcosa di apparentemente impossibile da conservare: il movimento.

 

 

Le monumentali sculture luminose di Korbička nascono da registrazioni successive della stessa sequenza di danza, attraverso marcatori riflettenti collocati sul corpo della danzatrice. Il movimento viene così tradotto in una struttura luminosa tridimensionale.  La luce diventa memoria. Il corpo diventa dato. Il movimento diventa forma.
È una trasformazione che racconta bene la direzione verso cui si muove una parte della ricerca contemporanea: non utilizzare la tecnologia per sostituire l’esperienza umana, ma per cercare di rendere visibile ciò che l’occhio normalmente non riesce a trattenere.
In questo senso, la scelta curatoriale di Benhadj è significativa: mettere in relazione la dimensione tecnologica con il corpo, la luce, la performance e lo spazio significa evitare che il digitale rimanga confinato alla dimensione dello schermo. La tecnologia torna materia.

Il paesaggio oltre la cartolina

Alla Suburbia Contemporary, Land of the Living di Jake Aikman porta nella pittura il paesaggio marino dell’Africa australe.
Il mare non è trattato come semplice soggetto figurativo, ma come esperienza percettiva nella quale si incontrano atmosfera, memoria e profondità. La mostra permette anche di leggere la filosofia della galleria attraverso il progetto di Francesco Ozzola. Suburbia si presenta come uno spazio nel quale ogni mostra è un progetto indipendente ma parte di una conversazione più ampia, aperta ad artisti provenienti da differenti contesti geografici e generazionali. Il programma cerca nuove voci e differenti modalità di movimento attraverso il sistema dell’arte contemporanea. È una concezione della galleria interessante perché non punta semplicemente sulla rappresentazione di un’identità estetica riconoscibile. Piuttosto, costruisce relazioni. In questo senso Suburbia sembra interpretare bene una Barcellona che non vuole essere soltanto un punto di arrivo, ma un luogo di passaggio, scambio e contaminazione.
Il paesaggio di Aikman si inserisce bene in questa prospettiva: una pittura nella quale il soggetto conta meno dell’esperienza che riesce a generare.

 

Il corpo come luogo dell’identità

Alla Galeria Rocío Santa Cruz, il corpo torna protagonista attraverso Unadonauna – AutoRetratRetratat di Mariaelena Roqué. Artista visuale e poetica, ballerina, scenografa e performer, Roqué porta nella ricerca il proprio corpo come luogo fisico, psicologico e politico. Ho avuto occasione di incontrarla e di confrontarmi con il suo lavoro. La scomposizione del termine “autoritratto” riflette una più ampia messa in discussione dell’identità. Ma nella ricerca di Roqué il femminismo non sembra assumere la forma di una contrapposizione o di una prevaricazione tra i sessi. È piuttosto una posizione liberale e riformista, orientata alla possibilità di costruire una relazione più equilibrata e rispettosa tra esseri umani, donne e uomini, nella quale l’identità individuale non debba essere sacrificata per affermare quella dell’altro. Il corpo diventa così uno spazio di libertà, ma anche di responsabilità. Particolarmente significativa è la frase provocatoria posta alla base dell’installazione: “Orgasmo incerto di una innamorata solitaria”.

Al di là della provocazione, l’espressione può essere letta come una riflessione sull’amore inteso innanzitutto come scelta di rispetto verso se stessi e verso l’altro.
Anche a costo della solitudine, quando necessario, l’individuo non dovrebbe lasciarsi ingabbiare e, allo stesso tempo, non dovrebbe trasformare l’amore in una forma di possesso o di prigionia dell’altro.
È una posizione che sposta il discorso dal conflitto alla reciprocità: essere liberi senza isolarsi, amare senza possedere, costruire una relazione senza perdere la propria individualità.
In questa prospettiva, il corpo non è soltanto un tema artistico, ma il luogo nel quale si negoziano libertà, desiderio, identità e relazione.

 

Memoria, migrazione e appartenenza

Una dimensione analoga emerge a Sorondo Projects, spazio di Carrer de Trafalgar particolarmente attento agli artisti giovani, alle esperienze latinoamericane e ai percorsi diasporici.
Nel lavoro di Maria Elena Pombo, artista venezuelana, la materia assume il ruolo di deposito della memoria. Il Venezuela diventa più di un luogo d’origine: è uno spazio nel quale si sovrappongono esperienza individuale, memoria collettiva e appartenenza. La materia, in questa prospettiva, non è semplicemente il mezzo attraverso cui costruire un’opera, ma conserva una storia che precede l’intervento dell’artista. È un tema particolarmente significativo in una città come Barcellona, la cui identità contemporanea è stata costruita anche attraverso migrazioni, scambi e stratificazioni culturali.

 

Il corpo nell’epoca della connessione permanente

Alla 3 Punts Galeria, le sculture di Alejandro Monge propongono un’altra immagine dell’individuo contemporaneo. Cemento, fibra di vetro e acrilico danno forma a figure nelle quali il corpo umano appare attraversato dall’estetica e dalla tecnologia del presente.

La giovane donna, ricorrente nella sua produzione, diventa la rappresentazione di un individuo simultaneamente connesso e isolato. «Abbiamo mille amici su Instagram, gruppi WhatsApp per qualsiasi cosa e, nonostante tutto, siamo ancora soli», osserva l’artista. La contraddizione è evidente: l’aumento delle possibilità di comunicazione non coincide necessariamente con una maggiore prossimità umana. È qui che la riflessione di Monge sul postumano acquista interesse. Non si tratta di immaginare un futuro dominato dalle macchine, ma di osservare come la tecnologia stia già modificando relazioni, identità e percezione del corpo.

L’effetto è straniante: ciò che appartiene alla quotidianità viene trasformato fino a rivelare una dimensione inattesa.

Galería Alegría: la scultura come materia, spazio e racconto

Uno dei passaggi che più meritano attenzione porta fuori dal centro, a L’Hospitalet de Llobregat, dove la Galería Alegría presenta Ballestrinquers, un progetto a quattro mani di Luis Bisbe de la Fuente e Jacobo Castellano.
Qui la scultura torna a essere materia fisica, peso, superficie, equilibrio, ma anche ironia e racconto. I due artisti hanno scelto di non fondere semplicemente i propri linguaggi in un’unica produzione. Hanno invece costruito una mostra nella quale ciascuno porta opere proprie, alcune già esistenti, altre completate o realizzate nello spazio espositivo, mettendole in relazione con quelle dell’altro. È un dialogo più che una fusione.
Ed è proprio questo a rendere interessante Ballestrinquers.
Bisbe e Castellano sono entrambi scultori, ma il loro lavoro nasce da due modalità differenti di rapportarsi allo spazio. Bisbe lavora a partire dal luogo concreto nel quale l’opera prende forma. Castellano costruisce invece prevalentemente nello studio, partendo da materiali ed elementi che seleziona e rielabora. Il punto d’incontro è nella materia. Legno, superfici, peso, rigidità, flessibilità, vuoti, oggetti quotidiani e frammenti biografici diventano strumenti per costruire opere che sembrano spesso giocare con le aspettative dello spettatore.
Il titolo stesso, Ballestrinquers, è un termine inventato che richiama il nodo di bitta, un legame utilizzato per unire due elementi e che, proprio sotto tensione, acquista la propria efficacia.
È una metafora perfetta per una mostra costruita sull’incontro fra due pratiche differenti. Fra le opere presentate si incontrano le costruzioni lignee di Castellano, nelle quali blocchi di provenienza diversa vengono assemblati come grandi giochi di costruzione, e le strutture di Bisbe, come tachinchinpum, una forma antropomorfa in lycra sospesa al soffitto e trattenuta a terra da catene.

Ma ciò che colpisce è il modo nel quale entrambi utilizzano lo spostamento.
Un oggetto viene sottratto alla propria funzione abituale. Un muro smette di essere un limite e diventa apertura. Una scarpa non serve più a camminare. Un materiale fragile può assumere una funzione strutturale.
È una forma di scultura che non chiede soltanto di essere guardata: chiede allo spettatore di completare una storia.
La Galería Alegría, in questo senso, diventa una tappa importante per comprendere la direzione più interessante della scena barcellonese: l’arte non come oggetto isolato, ma come relazione fra spazio, materia, memoria e pubblico.

 

La Sagrera: una fabbrica diventa una nave dell’arte urbana

Se L’Hospitalet mostra come l’arte possa uscire dal centro, La Sagrera racconta un’altra possibilità: quella di trasformare la memoria industriale in un luogo di produzione culturale. Qui si trova la Nau Bostik, uno degli esempi più interessanti di questa trasformazione. La vecchia fabbrica di adesivi, attiva dal 1923 nella zona industriale di Sant Andreu e abbandonata per circa dieci anni dopo la chiusura nel 2006, è diventata un centro culturale autogestito e una grande galleria di arte urbana a cielo aperto. Le pareti della Bostik raccontano una Barcellona diversa da quella delle cartoline. Murales, geometrie, figure umane, riferimenti alla cultura pop e interventi di artisti internazionali trasformano l’architettura industriale in una superficie continuamente riscritta.
Nel 2016 la Nau Bostik ha ospitato il festival Open Walls e da allora è diventata uno dei luoghi di riferimento del collettivo Difusor, nato anche dalla necessità di trovare nuovi spazi per la pratica della street art dopo gli anni nei quali le ordinanze sul decoro urbano avevano fortemente limitato la possibilità di dipingere nello spazio pubblico. La Bostik è interessante non soltanto per ciò che espone, ma per ciò che rappresenta. È la dimostrazione di come un luogo abbandonato possa diventare infrastruttura culturale senza perdere completamente la propria memoria industriale.
Una sorta di nave-museo della street art, ferma in una zona della città che a sua volta sta cambiando. E proprio qui il rapporto con La Sagrera diventa significativo. Il quartiere è attraversato da uno dei più importanti processi di trasformazione urbana di Barcellona, legato alla grande operazione ferroviaria e alla nuova stazione. Ma accanto ai grandi progetti infrastrutturali esistono luoghi nati dal basso, spazi autogestiti e iniziative culturali che hanno costruito una propria identità prima ancora che arrivassero le nuove architetture.
La Nau Bostik racconta quindi una possibile alternativa alla semplice rigenerazione immobiliare: non cancellare ciò che esiste per costruire il nuovo, ma utilizzare la memoria del luogo come materiale per produrre cultura.

 

Arte e potere

Alla ADN Galeria, in Carrer de Mallorca 205, Manifiesto riunisce opere di Eugenio Merino realizzate nell’arco di vent’anni di collaborazione con la galleria. Potere, capitale, corruzione, ideologia, memoria storica e violazioni dei diritti umani vengono affrontati attraverso scultura, installazione, video e oggetti. L’ironia e il paradosso diventano strumenti per mettere in discussione i meccanismi attraverso cui politica e media costruiscono immagini e narrazioni.

Nello stesso spazio, Joan Pallé presenta Fantastic Planet. El planeta salvaje, una ricerca nella quale maquette, scultura, graphic design e infografica confluiscono in un universo sospeso tra dimensione domestica e istituzionale.
Automobili con all’interno coppie che consumano un atto sessuale, edifici e cartelloni pubblicitari convivono con riferimenti alla tecnologia militare, come controller per droni e torri di telecomunicazione camuffate da palme.
Merino utilizza lo scontro diretto con i dispositivi del potere; Pallé preferisce l’ironia.
Entrambi chiedono però allo spettatore di guardare diversamente ciò che normalmente considera familiare.

Barcellona, una città da leggere

Alla fine del percorso, ciò che rimane non è una tendenza dominante.
È piuttosto una serie di domande.
Che cosa significa appartenere a un luogo quando le identità diventano mobili? Come cambia il corpo nell’epoca della connessione permanente? Può la luce diventare memoria? Può la tecnologia diventare materia? Può una fabbrica abbandonata trasformarsi in infrastruttura culturale? E soprattutto: quale ruolo può avere l’arte nella trasformazione di una città? La forza della Barcelona Gallery Weekend sta forse proprio nella possibilità di mettere in relazione esperienze che, a prima vista, sembrano non avere molto in comune. La materia di Iñigo, la ricerca nomade di Furbelli, il linguaggio di Al Solh, la tecnologia e la luce di Korbička, il progetto curatoriale internazionale di Benhadj, il paesaggio di Aikman, il corpo di Roqué, la memoria gestuale di Argüelles Folch, l’esperienza diasporica di Pombo, la solitudine digitale di Monge e la ricerca scultorea di Bisbe e Castellano compongono una mappa nella quale le categorie si sovrappongono continuamente.
A questa geografia si aggiungono L’Hospitalet e La Sagrera: territori nei quali la trasformazione urbana diventa parte stessa della riflessione culturale. È forse questa la Barcellona che vale la pena raccontare oggi. Non soltanto la città della musica e della notte, delle spiagge e della movida, ma una città che sta cercando di definire la propria scena contemporanea e, attraverso di essa, di capire quale forma dare al proprio futuro.
Una città nella quale la pittura può uscire dal quadro, la tecnologia può trasformare il movimento in luce, la materia può diventare memoria, il corpo può diventare archivio politico, una scultura può nascere da un paradosso e una vecchia fabbrica può trasformarsi in laboratorio culturale. Più che una direzione unica, la Gallery Weekend restituisce una costellazione.
E la vitalità di Barcellona sembra emergere proprio da questa capacità di far convivere linguaggi, territori e identità differenti, mantenendo aperta la domanda su quale possa essere la sua prossima geografia culturale.

 

 

October 1, 2026
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